Brigantaggio nel Cilento: La banda Capozzoli

Arresto dei Fratelli Capozzoli


Palazzo Capozzoli a Monteforte Cilento
Palazzo Capozzoli a Monteforte Cilento

I fratelli Capozzoli, banditi del Cilento, furono creduti a torto martiri del Risorgimento, coi quali, se mai, ebbero a fare, quando gl’insorti cilentani del 1828, trovandosi a corto di forze, decisero di ricorrere a essi. Patrizio, Donato e Domenico Capozzoli, piccoli possidenti di Monteforte Cilento, essendosi dati alla macchia fin dagli anni giovanili, si trovavano compresi, per ordine del governo, nelle “liste di fuorbando” a causa dei molti e gravi delitti da essi consumati. Fallito il movimento, i C. riuscirono a salvarsi con un abile stratagemma e si ricoverarono a Livorno e poi in Corsica (18 settembre 1828). Il governo napoletano chiese alla Francia l’arresto e l’estradizione dei fuggiaschi; ma questi, prevedendo che sarebbero stati catturati, e ritenendosi più sicuri nei loro paesi che nell’isola ad essi sconosciuta, tornarono clandestinamente nel Regno e si diedero di nuovo a battere le campagne e i boschi. Per alcuni mesi il loro ritorno rimase ignoto alla polizia; ma nel marzo 1829 questa, avendo saputo della presenza dei C. nel Cilento, iniziò attive ricerche, che, col sussidio di un loro amico, portarono alla loro scoperta e al loro arresto nel villaggio di Perito. Una commissione militare li giudicò e condannò a morte. Furono fucilati a Palinuro il 27 giugno 1829.
Arresto dei Fratelli Capozzoli
Arresto dei Fratelli Capozzoli

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da Wikipedia:
L’anima vera della banda coincideva con il nucleo iniziale, formato dai tre citati fratelli. A guidarla era Domenico, che, pur essendo il minore di tutti i Capozzoli, era dotato dell’indiscusso carisma del comando. Al nucleo originario si aggiunsero altri due stabili sodali, che ebbero però ruoli da comprimari: erano Pasquale Russo e Francesco Ciardella, entrambi di Monteforte, legati da qualche forma di parentela alla famiglia dei Capozzoli.
Dall’originario rifugio, nelle impervie e boscose zone delle montagne di Monteforte, Magliano Vetere e Capaccio, la banda seppe darsi una notevole articolazione organizzativa, che gli permise di irradiare la propria sfera d’azione su tutto il territorio del distretto di Vallo della Lucania, e di garantire un’eccellente longevità alla loro banda. A contribuire in maniera essenziale a questo duraturo successo, fu l’abilità dimostrata nell’intessere stretti legami con la borghesia locale e con esponenti delle sette cospiratrici dei Filadelfi.
I legami con il retroterra sociale non si risolvevano in rapporti esclusivamente clientelari, di “subordinazione […] economica e sociale” nei confronti dei manutengoli borghesi, ma si caricavano di significati e spessori più propriamente politici.
Ma la natura di tali contenuti politici, germogliati su un terreno prevalentemente clientelare, intessuto di rapporti personali, e di subordinazione socio-economica, può comunque far ritenere che l’adesione al ribellismo politico non fosse vissuta dai Capozzoli in piena consapevolezza.
Tra le famiglie illustri con cui stabilirono legami di connivenza, vi furono i fratelli Santoro di Orria, i fratelli De Mattia di Vallo della Lucania, la famiglia Mazziotti di Celso, i Gammarano di Montano Antilia, Antonio Galotti e il canonico Antonio Maria De Luca di Celle di Bulgheria.
Intorno ai cinque componenti stabili della comitiva, ruotavano inoltre altri vari personaggi di eterogenea estrazione, che si univano occasionalmente alla comitiva quando si realizzavano temporanee convergenze di interessi, finalizzate alla concertazione di singoli atti criminosi: poteva trattarsi, di volta in volta, di omicidi, furti in abitazioni, grassazioni a danno di mercanti di passaggio.

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